Arresojas Biennale del Coltello Sardo
  Origine e cultura del coltello in Sardegna e non solo
 
   

Vecchio artigiano

Vecchio artigiano
 

Corbeddu

Corbeddu

 
Coltelli
diversi tipi di lame
 
Nuraghe
 
Bronzetto dell'età nuragica
Bronzetto dell'età nuragica
 
Sardegna Terra di Metalli e di Coltelli

Dalle prime lame in osso e selce sbozzati, attraverso la lavorazione successiva della più dura ossidiana locale, fino alle raffinate "opere uniche" dei moderni artigiani, la storia del coltello e storia d'arte, di cultura, di lavoro.

È con l'attività estrattiva iniziata in periodo nuragico, che la produzione raggiunge alti livelli di ricercatezza, come documentano i bronzetti di capi e guerrieri rappresentati spesso con il pugnale a tracolla sul petto.

Fenici, Punici, Romani e Pisani intensificano l'attività mineraria, ma è con l'arrivo dei Templari, tra il 1130 e il 1138, che in Sardegna si approfondisce e si diffonde la conoscenza dell'arte di forgiare le lame che questi Cavalieri avevano avuto modo di acquisire in medio Oriente durante le crociate.

Fino alla fine dell'Ottocento l'arma più diffusa in Sardegna è la leppa, un sorta di sciabola senza guardia con lama ricurva, spesso decorata e incisa, e manico di corno o legno a volte ricoperto da una lamina d'ottone decorata a bulino.

Pur in assenza di documenti che attestino l'inizio della produzione di coltelli a serramanico nell'isola, la loro presenza è certa a partire dal XVII secolo, dopo che le normative emesse dai governi spagnolo e piemontese impongono pesanti sanzioni per la produzione e l'uso del coltello a lama fissa.

Tra l'ottocento e il novecento questo coltello si diffonde rapidamente tra tutte le categorie sociali. In particolare pastori, contadini e minatori, come strumento indispensabile per le esigenze quotidiane.

Se in questo periodo, come si ricava da varie fonti, la diffusione dei centri di produzione è praticamente regionale, in alcuni comuni l'attività fabbrile assume particolare importanza. Arbus, Arzana, Desulo, dorgali, Gavoi, Gonnosfanadiga, Guspini, Nurri, pattada, Santulussurgiu, Seui e Tempio Pausania, diventano i centri dove si concentra la cultura materiale della forgiatura delle lame, con una produzione che spazia dalle falci ai coltelli.

In alcuni di questi paesi, per la bravura degli artigiani e lo stimolo dovuto alla forte domanda, si affermano alcune tipologie dicoltelli capaci di diventare ben presto un "tradizione". Il coltello Arburese, detto anche Gonnese o a foggia antica, ha lama panciuta, manico ricurvo in un unico pezzo con due fascette metalliche alle estremità. È usato soprattutto dai pastori per la scuoiatura.

Il coltello Pattadese, con lama a forma slanciata ed elegante, dalla punta particolarmente accentuata, è oggetto d'uso comune tra i pastori della Barbagia.

Il coltello Guspinese, con una foggia un po' panciuta, perfetto per un uso polifunzionale di punta e taglio. Esite un modello di Guspinese senza punta, introdotto a seguito delle restrizioni del decreto Giolitti del 1908, che si afferma come coltello dei minatori.

Nei primi decenni del Novecento, l'intero comparto attraversa una crisi particolarmente marcata: alle già citate leggi restrittive si aggiunge infatti l'immissione sul mercato isolano, a prezzi decisamente inferiori, di coltelli di tipo sardo prodotti industrialmente in altri centri della penisola.

Il declino, lento e costante, continua anche dopo gli anni Trenta: solo alcune realtà territoriali resistono senza che, peraltro, venga introdotto alcun elemento di innovazione tecnologica. Ma il coltello sardo e soprattutto il modello pattadese prodotto su larga scala dalle industrie continentali, si afferma ben presto in tutto il mondo.

Il boom del turismo, l'emergere del collezionismo, la rivalutazione dell'artigianato tipico come elemento d'identificazione etnica e soprattutto la crescita qualitativa dei coltellinai sardi, permette oggi l'affermazione e il rilancio del coltello sardo a livello internazionale.

Oggi, il comparto, secondo un'indagine condotta tra il 1999 e il 2000, appare costituito da 22 produttori regolarmente registrati e da svariate decine di hobbisti. Prendendo in considerazione solo le imprese iscritte alla Camera di Commercio, i comuni in cui maggiore è la concentrazione delle imprese sono, in primo luogo, Pattada, con il 41% di produttori e, in secondo luogo, Arbus, Guspini e Santulussurgiu, tutti con il 9% di presenze. Di queste 19 sono ditte individuali e solo 3, tutte localizzate a Pattada, società in nome collettivo. L'insieme di queste imprese occupa 38 addetti, per una produzione pari a 969.389,60 Euro (1.877 milioni di lire) a cui si aggirano i 745.247,31 Euro (1.443 milioni di lire) delle ditte non ufficiali. Il valore complessivo del comparto si aggira così intorno a 1.704.307,77 Euro (3,3 miliardi di lire) annui.

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